CORI

L’inconfondibile profilo che di Cori si è avuto nel corso dei secoli deve molto agli scrittori di epoca classica che ne hanno parlato. Tra essi menzioniamo Virgilio. Egli nel v. 775 del libro VI dell'Eneide ricorda Cori ( Cora ) come una delle città fondate dai Re Albani. Così Virgilio scrive nei vv. 773-776: Hi tibi Numentum et Gabios urbemque Fidenam,/ hi Collatinas imponent montibus arces,/ Pometios Castrumque Inui Bolamque Coramque:/ haec tum nomina erunt,nunc sunt sine nomine terrae ( Questi Nomento, Gabi e la città di Fidene, questi altri t’alzeranno sopra i monti, le rocche di Collazia, Pomezia e Castro d’ Inuo, e Bola e Cora: terre ancora ignorate e senza nome, queste così si chiameranno allora.).
Le fonti letterarie  fanno da cassa di risonanza del prestigio monumentale di Cori, che presenta nella sua articolata struttura interna con una divisione dell’ abitato in due parti , Cori-monte e Cori-valle,  opere riconducibili al periodo romano, medievale e moderno, alcune delle quali conservate in un discreto stato.
Le strade strette, gli spettacolari scorci prospettici, i connotati stilistici dell’architettura prevalentemente medievale con inserimenti di epoca moderna, che caratterizza l’ interno del perimetro urbano e il suo centro storico, rendono più viva e  significativa la collocazione “strategica” di complessi religiosi all’ interno della fitta orditura viaria o in prossimità della città .
In piena epoca romana (I sec. a. C.) risalgono opere quali: il Tempio d’Ercole, posto nell’acropoli di Cori alto; il Tempio di Castore e Polluce, il Pozzo Dorico, il Ponte della Catena nella parte bassa della città, denominata  Cori basso.
Oltre al periodo romano la fioritura delle arti ha prodotto pregevoli testimonianze dell’ingegno creativo attraversando  il Medioevo e l’età moderna. Tra le opere di arte cristiana si possono ammirare l’interessante Oratorio dell’ Annunziata completamente affrescato con scene bibliche e ai lati inferiori delle pareti personaggi modellati con eleganza sapiente e maestosa, la chiesa di S.Oliva con annesso il Museo della Città e del Territorio, la chiesa di S. Francesco con soffitto a cassettoni (1673-1676), coro ligneo e valida pala d’ altare. Pregevoli gli stucchi e le tele dei tre altari sul lato destro, anche se non tutte dello stesso vigore e talento creativo. La collegiata di S.Maria della Pietà conserva un originale candelabro del cero pasquale risalente forse al XII sec. e tele appartenenti ai sec. XVII e XVIII. Nella chiesa dei SS. Pietro e Paolo è custodita un’ ara  con teste di ariete ai quattro angoli superiori e festoni di frutta che, ritrovata nei pressi del Tempio d’ Ercole, si è ipotizzato fosse l’ altare di questo tempio.
Altri percorsi raffinatissimi possono orientarsi a più livelli verso la chiesa di S.Salvatore, di S.Michele  e  il  Santuario della Madonna del Soccorso, dove irresistibile è la suggestione del paesaggio circostante.

IL COMPLESSO DI  S.OLIVA
La chiesa di S. Oliva e il relativo convento degli Agostiniani è il risultato di una intensa collaborazione e unione di intenti sia a livello intellettuale che politico di due personalità di spicco della temperie storico-religiosa della seconda metà del Quattrocento: il potentissimo Guillaume d’ Estouteville, cardinale di Rouen, nonché vescovo di Ostia e Velletri, e il Priore Generale dell’ ordine agostiniano, Ambrogio Massari, oriundo corese.
E’ soprattutto negli anni tra il 1460 e il 1480 che si infittiscono gli interventi artistici nel complesso monumentale che  coniuga la varietà stilistica dei suoi artefici con la dislocazione a più livelli dei vari ambienti annessi: fra questi notevoli risultati sono raggiunti negli affreschi dell’ abside della cappella del Crocefisso e nei capitelli del chiostro.
Quest’ultimo è forse il luogo in cui il rapporto tra modellato, struttura, spazio si erge a condizione preliminare dello svolgimento del ‘racconto’ nel suo lirismo essenziale. L’ ornato plastico, al di là delle simbologie implicite (chiarite da recenti studi), enuclea le linee-forza del sistema portante, in cui evidente è la connessione logica di tutti i singoli elementi.
In quest’ottica i capitelli della loggia del chiostro rappresentano un momento fondamentale del programma iconografico seguito dalle maestranze che operano nel cantiere. I capitelli e il chiostro in simbiosi univoca esplicitamente confermano citazioni di formule e temi che rimandano non solo alla vicina Roma, ma anche ad ambienti lombardi, veneti, romagnoli, umbri: insomma si verifica una sorta di vero e proprio Altomedioevo rivisitato.
Ridurre l’immagine al netto sbalzo di linee, sollevate per abbassamento di fondo, è solo uno dei tanti elementi descrittivi  e degli intrecci di rimandi che connotano quest’ambiente dal bagaglio culturale estremamente complesso. Inequivocabile l’ armonia  ritmica, l’ austerità delle linee, il bianco modulato in una dimensione ascetica e ultraterrena  con inserimenti di tipologie fisionomiche e di motivi naturalistici. Su tutto il respiro grandioso della misura matematica , intesa come strumento di semplificazione e razionalizzazione dei processi percettivi e operativi. Il quadrato, ad esempio, è, secondo Agostino, il modulor basi, la figura perfetta, che contiene la forma della città celeste descritta dall’ Apocalisse, e sulla sua base diventa fondamentale la moltiplicazione dei semplici rapporti proporzionalmente fissi che  creano lo spazio. Un sistema di semplicità e chiarezza logica, il tutto in un nodo strutturale vincolato alla validità della forma.
Si tratta dunque nel chiostro di una situazione emblematica che risente delle teorie del sistema neoplatonico in quel tempo diffuse  e  che non è da meno della complessità della chiesa di S.Oliva. Qui è l’abside della cappella del Crocefisso (1507, opera, secondo studi non lontani, di Desiderio da Subiaco) che sublima sensazioni ed emozioni in un ideale concezione estetica  che da Agostino arriva alla temperie spirituale della fine del ‘400.
Entrando ci si immerge totalmente in un’ atmosfera visiva di completa rasserenazione ultraterrena, in cui lo spazio è incarnato a misura d’uomo con figure di immediata evidenza e in cui i colori spiccano con pregiata eleganza  nella declinazione di registri timbrici che si svolgono dalle campiture dello sfondo di colore blu alla sua scomposizione fino a toni più chiari, l’ azzurro, ma anche il celeste. Altri colori fortemente “gridati” sono il rosso, il verde, il giallo.
Al di là dei valori stilistici e iconologici, nell’ abside è raffigurata, nella parte alta, l’Incoronazione della Vergine, e, in quella bassa, gli Apostoli, che oltre a presentare il committente, partecipano a ciò che accade in cielo, indicando verso l’ alto con i gesti e con gli occhi, secondo l’ iconografia tradizionale dell’ Assunzione. Gusto cesellato nelle teste, con un segno grafico incisivo e pulito, con un apprezzabile apparato decorativo (ad esempio evidente è la preferenza per il grisaille che incornicia le scene), con un panneggio dalle volute sinuose e tagli particolari dei mantelli fanno pensare alla produzione pinturicchiesca certamente nota alle maestranze che ivi operano.
Siamo indubbiamente su un piano di matura scioltezza ed abilità espressiva che mostra  in profondità la sicurezza lineare di certe espressioni languide e l’anatomia proporzionata, come l’ attimo della tensione emotiva, espresso dagli occhi ora sollevati, ora attoniti, assecondati dal ruotamento leggero delle teste. Il taglio regolare e simmetrico dei visi, la stessa puntigliosa attenzione per dettagli come la capigliatura e la barba, la tunica con le maniche rovesciate, un’ attenzione per l’individuazione fisionomica, la disposizione dei personaggi in un ordine non eccessivamente regolare mostra il connubio fra classicismo e valori gotici che appartengono al prontuario della forma pittorica del Lazio nelle zone di confine  alla fine del ‘400.
Pittura come occasione per presentare valori tattili e di movimento, ma anche per manifestare significati morali e spirituali. La Regina del Cielo, luminosa nella sua purezza e dignità, è circondata da angeli amabili che si sovrappongono l’un l’altro, formando una mandorla mistica e sullo sfondo un trionfo di cherubini: la grazia degli atteggiamenti e la soavità coloristica impreziosisce la superba nobiltà del sentire cristiano.Dalla veduta d’insieme dell’ abside si irradia una bellezza nervosa, sottile, ove misterioso e stranamente penetrante è il suggello lineare che fa divagare il pensiero verso l’ illustrazione spirituale come verso cogitazioni imprecise.

(Dott.ssa Lola Marafini, 22/06/08)
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